Stasera sono stato preso dalla voglia matta di rivisitare con la mente uno dei più bei romanzi di tutti i tempi: Jurassic Park. Non solo perchè la versione cinematografica di Stefano Spilbergo mi ha affascinato, questo è dir poco, ma anche perchè da modo a me, eterno infelice della sua vita e del modo in cui la sta conducendo, di immergermi in un mondo oggetto dei miei desideri. Un mondo che in passato ho cercato di descrivere con la mia penna, prima ancora di leggere questo romanzo-capolavoro di Crichton: il mio ultimo sforzo si basava su un’idea un pò campata in aria, ma che poteva essere in qualche modo trasformata in un bel racconto se solo la mia mania di rendere il tutto reale al massimo – dare spiegazioni e via dicendo – non mi avesse costretto a chiudere bottega (il titolo del racconto era "Alpha Centaury", ma il progetto risale a sei o sette anni fa, quindi, oramai, è morto e sepolto).
Penso che l’idea di Crichton, mi pare di averlo scritto qualche altra volta su questo blog, sia un qualcosa di inimitabile, un’idea che riesce a buttare all’aria tutte le possibili storie che potresti inventarti sul mondo del mesozoico. Semplicemente perfetta! Un qualcosa che rimarrà nella mia testa fino a quando non passerò a miglior vita.
 
Eccone un estratto sul quale ho deciso di pensare stasera:
 
"Alan Grant si accoccolò a terra, il naso a pochi centimentri dal suolo. La temperatura superava i trent’otto gradi. Gli dolevano le ginocchia nonostante indossasse i parastinchi. Aveva i polmoni in fiamme per via della penetrante polvere alcalina. La sua fronte stillava sudore. Ma nessun disagio avrebbe potuto distrarlo. Tutta la sua attenzione era concentrata sui quei quaranta centimetri quadrati di terra sotto i suoi occhi.
Manovrando pazientemente uno stuzzicadenti e un pennellino di pelo di cammello, mise in luce il minuscolo frammento di mandibola a forma di L. Era lungo poco più di due centimentri e poco più largo del suo mignolo. I denti erano una fila di aculei, con la caratteristica inclinazione mediale. Senza dubbio quella era la mandibola di un piccolo dinosauro carnivoro. L’essere a cui apparteneva era morto 79 milioni di anni prima, all’età di due mesi. Con un pò di fortuna, forse Grant sarebbe riuscito a trovare anche il resto dello scheletro. In tal caso, quello sarebbe stato il primo scheletro completo di un piccolo carnivoro…
"Ehi, Alan!".
Grant alzò il capo, strizzando gli occhi feriti dalla luce. Abbassò sul naso gli occhiali da sole e si asciugò la fronte col dorso della mano.
Era accovacciato sul fianco dilavato di una collina nelle badlands nei dintorni di Snakewater, nel Montana. Sotto la cupola azzurra del cielo, si stendeva per miglia e miglia un panorama di colline brulle punteggiate da affioramenti calcarei. Non un albero, non un arbusto. Null’altro che nuda roccia, sole cocente e vento sibilante.
Agli occhi dei visitatori le badlands erano tetre e deprimenti, ma quando Grant guardava quel paesaggio, vedeva qualcosa di totalmente diverso. Quella terra arida era quanto restava di un altro e ben diverso mondo, un mondo sparito ottanta milioni di anni prima. Con gli occhi della mente, Grant vedeva se stesso nella calda zona paludosa che formava la costa di un grande mare interno. Quel mare, largo più di millecinquecento chilometri, si stendeva dalle nuove formazioni delle Montagne Rocciose sino alle aguzze ed accidentate vette dei Monti Appalachi. Tutto il west americano era sott’acqua.
In quei tempi, il cielo era percorso da nubi rarefatte, oscurate dal fumo dei vulcani circostanti. L’atmosfera era più densa , più ricca di anidride carbonica. Le piante crescevano rigogliose sul litorale, che qui a Snakewater abbracciava un lago salmastro. Quelle acque, prive dipesci, abbondavano di crostacei e lumache commestibili. Gli pterosauri vi si calavano in volo per raccogliere alghe dalla superficie. Tra i palmizi delle sponde paludose del lago allignavano alcuni dinosauri carnivori. E un’isoletta grande circa un ettaro sorgeva nel bel mezzo del lago. Protetta da un anello di fitta vegetazione, quell’isola costituiva una sorta di santuario in cui orde di dinosauri erbivori, col muso a becco d’anatra, deponevano le loro uova in nidi comuni e colà allevavano la loro pigolante progenie.
Nei milioni di anni che seguirono, il lago salato verde-pallido si fece sempre più basso sino a sparire. La terra emersa si incavò e riarse sotto l’effetto del calore. E l’isola con le sue uova di dinosauro divenne il dilavato pendio del Montana settentrionale in cui ora si trovava Alan Grant".
 
Il passo, preso dal capitolo "La costa del mare interno" (seconda iterazione), ispira particolari sentimenti. Anche io, come Grant, sono stato chino anni fa, concentrato sotto il sole cocente su una minuscola area di terreno, cercando di togliere dal suolo i bivalvi che popolano gli strati di terreno delle campagne intorno al mio paese. Per un adolescente appassionato, scavare fossili è forse la cosa che più lo rende libero. Quanti pomeriggi ho perso, solo o in compagnia, a liberare fossili? E quanti pomeriggi sono stato chiuso in casa a pulirli, a cercare di capire come classificarli, che nome avessero (inultilmente… il materiale che ho a casa non mi permette questo genere di ricerca)? Tanti. Troppi, forse, ma quando uno si sente attratto da qualcosa… è inevitabile che cada nel tranello. E poi la caccia al fossile era fatta all’aria aperta ed era piacevole, osservare il terreno, notare qualcosa spuntare verso l’alto e metterci due pomeriggi per tirarla fuori. Come Alan, anche io avevo la gola secca: il caldo era tanto. Come Grant, anche io portavo occhiali da sole, pennellino (setole di maiale, altro che pelo di cammello, costa troppo!!!), oltre alla mitica coppia martello-scalpello che usavo nei casi di rimozione massiccia di sedimenti intorno al fossile… Mi sentivo davvero una persona che faceva quello per cui era nata: scavare fossili, esserne affascinato. Navigare con la mente indietro nel tempo, a milioni di anni prima (due nel caso di quei terreni ^^… non vi sembrerà tanto, ma stare a contatto con qualcosa che ha anche diecimila anni di età mi eccita), quando tutta quell’area con molta probabilità costituiva il fondale di un basso bacino di acqua, o forse dello stesso mare Adriatico dei tempi che furono, la dove la collina dove oggi si erge il mio paesino era un’isola in mezzo all’acqua. Un’isola forse abitata, forse no, da forme animali, ma chi se ne importa. La vita era comunque presente. E io, milioni di anni dopo, ne prendevo atto. Come Grant che dopo tanti anni di scavi alle badlands finalmente aveva scoperto i resti di un carnivoro, pezzo mancante di un puzzle, quello dell’ecosistema, indispensabile ai fini del controllo della popolazione animale.
Le badlands sono molto più simili a certe zone delle campagne di cui parlavo prima, di quanto potessi mai pensare. Tralasciando gli oliveti e insomma le coltivazioni arboree che l’uomo impone in vaste aree di quella regione, ci si trova di fronte un paesaggio che, specialmente di pomeriggio, presenta esattamente un clima arido, un’aria calda che quasi brucia i polmoni… e pochi arbusti: si certo… cespugli, ma di quelli tanto sviluppati da neanche arrivare ai 20 centimetri di altezza. La carenza d’acqua che caratterizza in questi ultimi anni la regione contribuisce a rendere il tutto ancora più Triassico, non so come spiegarlo. Si ha quasi l’impressione di trovarsi in una sperduta regione della Pangea di 220 milioni di anni fa. E il tutto è molto pittoresco. Anche li possiamo dire che le sponde del mare si ritirarono mano a mano, che la terra emerse e riarse sotto il calore del sole e che nel terreno, imprigionati, rimasero tonnellate di frammenti di bivalvi, e molluschi di altro tipo. Quelli che oggi arredano la mia mansarda, puliti nel limite delle mie possibilità, ordinati per dimensioni…
Il mio lavoro, semmai se ne fosse presentata l’occasione, sarebbe stato questo. La mia passione più grande avrebbe trovato libero sfogo e allora si che le mie reali potenzialità, guidate dalla fame di conoscenza e dalla semplice curiosità, avrebbero permesso a me, misero scemo, di vivere la mia vita come ho sempre sognato.
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