Oggi pomeriggio mi sono deliziato con la lettura del racconto, tratto dal libro "Racconti Incompiuti" di J.R.R. Tolkien, "Il disastro dei Campi Iridati".
Ebbene devo dire che il racconto in se mi attizza molto, visto che è ambientato in un tempo che mi interessa tanto: quello dopo la sconfitta di Sauron da parte della Ultima Alleanza. E spiega molto: quello che succede durante l’ultimo viaggio del re di Arnor, Isildur, verso Gran Burrone. Tutto quanto bisogna sapere su come l’Anello venne perso per poi essere ritrovato molto tempo dopo dallo Hobbit Smeagol, nei pressi dei Campi Iridati.
Il viaggio di Isildur comincia da Osgiliath, capitale di Gondor, alla guida del quale regno suo nipote Meneldir, figlio di suo fratello Anarion, morto durante la battaglia ai piedi del Monte Fato. Ed è così che il re di Arnor si avvia verso casa, verso il Nord. E qui che viene il bello. Si decise di prendere la strada più corta, ovvero quella che lungo l’Anduin – il grande fiume – portava, costeggiando ad ovest il Bosco Atro (che ancora non era conosciuto con questo nome), fino al passo settentrionale delle Montagne Nebbiose. Tramite il passo si raggiungeva la casa di Elrond mezzelfo. Erano 40 giorni di marcia. La scorta di Isildur era di 200 Dunedain, Uomini del Nord, come si dice nel racconto "temprati dalla guerra". Una scorta che inizialmente potremmo credere inutile, visto che Sauron l’Oscuro Signore era stato sgominato e le contrade sarebbero dovute essere libere. Ma non era così.
Al trentesimo giorno di marcia tre quarti del cammino erano stati percorsi e sul calar della sera i Dunedain cantavano. Erano arrivati nei pressi dei Campi Iridati, e sul loro fianco destro guardavano Bosco Atro, quando d’un tratto delle grida feroci li avvisarono che era in atto un attacco da parte di Orchi che si precipitavano verso di loro dai colli al margine del bosco. La proporzione numerica era da paura: un Dunedain circa per 10 orchi. In queste condizioni, lontani sia da Lothlorien che da Moria, che dallo stesso Thranduil, Isildur comprese il funesto destino che lo aspettava. E prima che la carica degli Orchi arrivasse, Isildur disse allo scudiero Ohtar:
 
"Ohtar, ti affido questi" (i frammenti di Narsil, la spada che staccò l’Anello dalla mano di Sauron e che lui si apprestava a portare con se al Nord) "Preservala ad ogni costo dalla cattura, con qualsiasi mezzo tu possa escogitare, anche se per questo tu debba passare per un vigliacco che mi ha abbandonato. Prendi con te il tuo compagno e fuggi. Va’! Te lo ordino!".
 
Ebbe così inizio l’attacco. Dopo una marea di frecce gli Orchi calarono in forze sui loro nemici. Ma nonostante gli sforzi dei più forti degli Orchi, il muro di scudi eretto da Isildur resistette e l’assaltò rallentò. I superstiti Orchi fuggirono apparentemente sconfitti e Isildur decise di proseguire a marce forzate per raggiungere un punto dove avere rinforzi, anche se la speranza era piuttosto debole.
A quanto pare il potere dell’Anello di Sauron era ancora molto potente e aveva l’effetto di aumentare la furia e l’odio degli Orchi nei confronti degli Uomini (ricordiamo che l’Anello cercava a tutti i costi di tornare al suo Padrone, come in seguito fece con Frodo). I Dunedain avevano percorso meno di un miglio, quando gli Orchi rinnovarono l’assalto. Erano silenziosi adesso e avanzavano approfittando del buio. Crearono un cerchio intorno ai Dunedain. La situazione si faceva critica.
Elendur, uno dei tre figli di Isildur in quello sfortunato viaggio, si rivolse allora al re:
 
"Atarinya che ne è del potere capace di piegare questi luridi esseri ed imporre loro di obbedirti? Non serve, forse?"
"Ahimè no, senya. Non posso valermene. Temo il dolore che mi verrebbe dal suo contatto. E ancora non ho trovato la forza per piegarlo alla mia volontà. Occorre uno più grande di quanto io so di essere. Il mio orgoglio è crollato. Avrei dovuto andare dai Custodi dei Tre".
 
Ora, i custodi dei tre sono i tre elfi che custodivano i Tre anelli non toccati da Sauron, quelli, appunto, degli Elfi. Erano Galadriel, Elrond e Cirdan il Carpentiere. L’orgoglio del quale il re parla in questo passo si riferisce a quello che lo aveva indotto a tenere l’Anello nonostante il consiglio di Elrond e di Cirdan che volevano distruggerlo. Così Isildur non fece e al Male fu permesso di sopravvivere.
Arrivò d’un tratto un assalto ferocissimo, gli Orchi si avventavano da tutte le parti, sfruttando la loro superiorità numerica. Così morirono Cyrion e Aratan. Fu a quel punto che Elendur disse al padre:
 
"Mio Re, Cyrion è morto (…).Il tuo ultimo consigliere deve darti il suo parere, anzi un ordine, così come tu lo hai dato ad Ohtar. Vattene! Sobbarcati al tuo fardello e a ogni costo portalo ai Custodi; anche a costo di abbandonare i tuoi uomini e me!"
"Figlio di Re sapevo di doverlo fare; ma temevo il dolore e non potevo senza il tuo permesso. Perdona me e il mio orgoglio che ti ha portato a questa mala sorte".
 
Così Isildur indossò l’Anello e divenne invisibile. Solo l’Elendilmir, la gemma che portava come simbolo regale, splendeva in quanto non poteva essere nascosta dal potere dell’Anello. Elendil si mise il cappuccio e scomparve nella notte.
Così scappò a lungo fino a quando non fu al sicuro. Decise a quel punto di attraversare il Fiume Anduin e allontanarsi dalla zona. Si spogliò della corazza e si gettò nelle acque, lottando furiosamente la corrente. Poi ad un tratto, quando la corrente lo trasportava sempre più a sud, verso i Campi Iridati, ecco si accorse che l’Anello non c’era più. Lo aveva perso. Si aggrappò ad un isolotto di terra che si ergeva da quella parte del Fiume, ma li venne colpito a morte dalle frecce degli Orchi che gli trafissero cuore e gola. Ebbe così termine la vita del primo re degli Uomini in questa nuova era, la Terza. Non si trovò più traccia del suo corpo.
 
La storia della morte di Isildur fu ogggetto di congetture negli anni a venire; ma nella Quarta Era vennero alla luce nuovi elementi. Quando Elessar divenne re di Gondor (Elessar è Aragorn il ramingo) nel riordinare il suo regno per prima cose decise di restaurare Orthanc la torre di Saruman e di riporvi il palantir che gli era stato sottratto. Si frugò in tutte le segrete della torre fin quando, con l’aiuto di Gimli il Nano, Elessar aprì una porta che dava in una sorta di ripostiglio di acciaio, forse "destinato ad ospitare l’Anello". In uno scrigno in alto su uno scaffale c’erano due oggetti, dei quali uno di valore impareggiabile: l’Elendilmir che Isildur portava alla fronte. L’altro oggetto era un piccolo scatolo con dei segni incisi il quale con molta probabilità aveva portato, appenso al collo di Isildur, l’Anello di Sauron. Ma come Saruman poteva essere in possesso di questo oggetto così importante (sorvoliamo su tutti i cimeli di Eorl e gli oggetti di valore che il suo servo Vermilinguo aveva rubato da Rohan…)???
Parve allora che essere in possesso di quegli oggetti non sarebbe stato possibile se non trovando il corpo di Isildur. Ma se il corpo di Isildur era finito in acque profonde, probabilmente tanto lui quanto gli oggetti che portava addosso sarebbero stati portati via dalla corrente. Evidentemente Isildur era caduto in acque basse. E allora perchè dopo tante ricerche le sue ossa non furono mai trovate??
 
"Che Saruman le avesse trovate e, in segno di disprezzo, le avesse disonorevolmente bruciate in una delle sue fornaci? Se così era, si trattava certo di un atto infame; ma non del suo peggiore." Così termina Tolkien il racconto del disastro dei Campi Iridati.
 
Pensare a come il potere possa aver influenzato l’agire e il cuore di un Maia come Curumo, scelto appositamente dai Valar come uno di quelli adatti a contrastare Sauron nella Terra di Mezzo, mi lascia del tutto sconcertato. Questo non perchè la storia sia un qualcosa di reale, ma in quanto se si parte dal presupposto che i Maiar erano i servi dei Valar e un qualcosa di potente e rappresentante il BENE nella forma più pura, allora posso ben comprendere come nel mondo reale noi Uomini (ragionando con i termini del Professore) ci facciamo intaccare così facilmente dal Male. Gandalf (che poi all’Ovest era noto come Olorin) fu un Maia diverso e forse il migliore esempio che possiamo mai noi prendere in considerazione. Dei cinque Stregoni mandati dai Valar sulla Terra di Mezzo, fu l’unico a portare a termine il suo compito, rifiutando quel potere che era a sua portata di mano in tanti momenti (l’Anello era custodito da Frodo e lui poteva comunque prenderlo con la forza quando voleva, ma non lo ha fatto). E’ da Gandalf che noi persone dobbiamo prendere esempio: poteva prendere per se l’Anello, avrebbe avuto un potere pari forse a quello di Sauron, sarebbe stato un grande Signore, dominatore di tutte le terre emerse, potentissimo. Attraverso lui, come si dice nel film, l’Anello avrebbe esercitato un potere troppo grande e terribile da immaginare. Ha rifiutato addirittura di tenerlo per un pò e di nasconderlo.
Cosa ne ricaviamo noi da tutto ciò? L’insegnamento più importante: l’Anello è simbolo di attrazione, di tentazione. Resistiamo alle tentazioni dannose e pericolose, così come eroicamente Gandalf ha fatto. Resistiamo ai brutti vizi, come quello di fumare, o di usare stupefacenti. Resistiamo, perchè per quanto dura possa sembrare, l’impresa non è insuperabile.
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